2) Rousseau. Lo stato di natura .

Rousseau propone una nuova lettura della storia della specie
umana. Come l'individuo ad un certo punto della sua vita vorrebbe
fermarsi, cos  successo anche nella storia dell'umanit, quando
l'uomo si  staccato dallo stato di natura.
J.-J. Rousseau, Discorso sull'origine della disuguaglianza, I
(pagina 290).

O Uomo, di qualsiasi paese tu sia, quali che siano le tue
opinioni, ascolta: ecco la tua storia, quale ho creduto di poterla
leggere non gi nei libri dei tuoi simili, che sono menzogneri, ma
nella Natura che non mente mai. Tutto quanto verr da lei sar
vero, di falso non vi sar che quanto vi avr mescolato di mio
senza volerlo. I tempi di cui parler sono ormai ben lontani:
quanto sei mutato da quello che eri! , per cos dire, la vita
della tua specie che mi accingo a descriverti, secondo le qualit
che hai ricevuto, che la tua educazione e le tue abitudini hanno
potuto depravare, ma non hanno potuto distruggere. Vi  un'et, lo
so, alla quale il singolo individuo umano vorrebbe arrestarsi; tu
cercherai invece l'et in cui desidereresti che la tua specie si
fosse fermata. Scontento del tuo stato presente per motivi che
preannunciano alla tua infelice posterit scontenti anche
maggiori, vorresti forse poter tornare indietro. E questo
sentimento deve costituire un elogio per i tuoi lontani antenati,
una critica per i tuoi contemporanei e un motivo di spavento per
coloro che avranno la disgrazia di vivere dopo di te [_].
Concludiamo dunque dicendo che, errando nelle foreste senza
lavoro, senza parola, senza domicilio, senza guerra e senza
legami, senza alcun bisogno dei suoi simili, cos come senza alcun
desiderio di nuocer loro, persino senza mai riconoscerne alcuno
individualmente, l'uomo selvaggio, soggetto a poche passioni, e
bastante a se stesso, non aveva che i sentimenti e i lumi propri a
quello stato, non provava che i bisogni veri, non guardava se non
quanto aveva interesse di vedere e la sua intelligenza non faceva
maggiori progressi della sua vanit. Se per caso faceva qualche
scoperta non poteva farne parte a nessuno in quanto non
riconosceva neppure i suoi figli. L'arte moriva con l'inventore;
non vi era n educazione n progresso, le generazioni si
moltiplicavano inutilmente e, poich ognuno partiva sempre dal
medesimo punto, i secoli scorrevano e rimaneva inalterata la
rozzezza delle et primitive, la specie era gi vecchia e l'uomo
rimaneva sempre bambino.
Se tanto ho insistito nella descrizione di questa ipotetica
condizione primitiva  perch, dovendo distruggere antichi errori
e pregiudizi inveterati, ho creduto di dover scavare fino alla
radice e far vedere come, nel quadro del vero stato di natura, la
disuguaglianza, anche naturale, sia ben lungi dall'aver tutta
quella realt ed influenza che i nostri scrittori pretendono_.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quindicesimo, pagine 873 e 878.

G. Zappitello, Antologia filosofica, 2. Quaderno secondo/7.
Capitolo Dodici/2.
3) Rousseau. Come  finito lo stato di natura.

Rousseau descrive come ci si  allontanati dallo stato di natura.
L'introduzione della propriet privata  stato un elemento
fondamentale per la nascita dell'individualismo e dei
condizionamenti sociali, che hanno corrotto gli uomini.
J.-J. Rousseau, Discorso sull'origine della disuguaglianza,
secondo  (pagina 291).

Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l'idea di
proclamare questo  mio, e trov altri cos ingenui da credergli,
costui  stato il vero fondatore della societ civile. Quanti
delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie, quanti
orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i
pali o colmando il fosso, avrebbe gridato ai suoi simili:
Guardatevi dall'ascoltare questo impostore; se dimenticherete che
i frutti sono di tutti e che la terra non  di nessuno, sarete
perduti!. Ma  molto probabile che ormai le cose fossero gi
giunte al punto da non poter pi durare come erano prima; infatti
questa idea di propriet, dipendendo da molte idee precedenti
formatesi evidentemente in momenti successivi, non si  formata di
colpo nella mente umana:  stato necessario compiere molti
progressi, acquistare molte capacit e molti lumi, trasmetterli ed
accrescerli di et in et, prima di giungere a questo termine
ultimo dello stato di natura. Riprendiamo dunque le cose
dall'inizio, cercando di abbracciare con un unico sguardo questa
lenta successione di avvenimenti e di conoscenze nel loro ordine
pi naturale_.
A misura che le idee e i sentimenti si susseguono, che la mente e
il cuore si esercitano, il genere umano continua ad
addomesticarsi, i rapporti si allargano e i legami si stringono.
Cominci allora l'usanza di radunarsi davanti alle capanne o
intorno ad un grande albero; il canto e la danza, veri figli
dell'amore e dell'ozio, divennero il divertimento o meglio il
passatempo degli uomini e delle donne sfaccendati e assembrati.
Ognuno cominci a guardare gli altri e a voler essere a sua volta
guardato; la stima pubblica cominci cos ad aver valore. Colui
che cantava o ballava meglio di tutti, il pi bello, il pi forte,
il pi destro o il pi eloquente divenne il pi considerato e fu
questo il primo passo verso la disuguaglianza e nello stesso tempo
verso il vizio; da queste prime preferenze nacquero da un lato la
vanit e il disprezzo, dall'altro la vergogna e l'invidia; e il
fermento prodotto da questi nuovi lieviti dette luogo infine a
prodotti funesti alla felicit e all'innocenza.
Non appena gli uomini ebbero cominciato ad apprezzarsi
vicendevolmente e nella loro mente sorse l'idea della
considerazione, tutti pretesero di avervi diritto e non fu pi
possibile per nessuno di farne a meno impunemente. Nacquero cos i
primi doveri delle buone maniere, anche presso i selvaggi, e ogni
torto fatto volontariamente divenne un oltraggio, poich oltre al
male derivante dall'ingiuria, l'offeso vi vedeva anche il
disprezzo verso la sua persona, pi insopportabile sovente del
male stesso. Fu cos che, punendo ognuno il disprezzo che gli era
stato dimostrato in maniera proporzionale alla importanza da lui
attribuita a se stesso, le vendette divennero terribili e gli
uomini sanguinari e crudeli. E' questo appunto lo stadio a cui
erano giunti la maggior parte dei popoli selvaggi a noi noti; e se
molti si sono affrettati a concluder da ci che l'uomo 
naturalmente crudele e che ha bisogno di disciplina per esser
addolcito, ci lo si vede al fatto che non si erano distinte con
sufficiente precisione le idee e perch non si era osservato
quanto tali popoli fossero gi lontani dal primitivo stato di
natura. In realt nulla vi  di pi dolce dell'uomo nel suo stato
primitivo, allorch, posto dalla natura a uguale distanza dalla
stupidit dei bruti e dai lumi funesti dell'uomo civile, e spinto
unicamente, sia dall'istinto che dalla ragione, a difendersi dal
male che lo minaccia, egli  trattenuto dal fare del male ad
alcuno dalla piet naturale e non vi  spinto da nulla, neppure
dopo averne ricevuto_.
Ma va osservato che una volta nata la societ, le relazioni gi
istituite fra gli uomini esigevano da essi qualit diverse da
quelle inerenti alla loro primitiva costituzione. Poich la
moralit cominciava a introdursi nelle azioni umane e poich
ognuno, prima che vi fossero leggi, era unico giudice e
vendicatore delle offese ricevute, la bont adatta al puro stato
di natura non conveniva pi alla societ nascente; occorreva che
le punizioni diventassero pi severe a misura che le occasioni di
offesa diventano pi frequenti, e il terrore delle vendette doveva
tenere il posto del freno delle leggi. In questo modo, sebbene gli
uomini fossero divenuti meno resistenti e sebbene la piet
naturale avesse gi subito qualche alterazione, questo periodo di
sviluppo delle facolt umane - che sta proprio a mezza via tra
l'indolenza dello stato primitivo e la petulante attivit del
nostro amor proprio - dovette essere l'epoca pi felice e pi
durevole. Quanto pi vi si riflette, tanto pi si capisce come
questa condizione fosse la meno soggetta alle rivoluzioni, fosse
la pi consona all'uomo, e come egli ne sia uscito solo per un
qualche caso funesto che, per l'utilit comune, non avrebbe mai
dovuto accadere. L'esempio dei selvaggi, che quasi tutti sono
stati trovati fermi a questo stadio, sembra confermare che il
genere umano era fatto per restarvi sempre, che questa condizione
costituisce la vera giovinezza del mondo e che tutti i successivi
progressi, se sono stati in apparenza altrettanti passi verso la
perfezione dell'individuo, in realt hanno portato verso la
decrepitezza della specie.
Finch gli uomini si sono accontentati delle loro rustiche
capanne, finch si sono limitati a cucire i loro abiti fatti di
pelli con spine o lische, ad adornarsi di piume e di conchiglie, a
dipingersi il corpo di diversi colori, a perfezionare o abbellire
i loro archi e le loro frecce, a costruire con pietre taglienti
qualche canotto da pescatore o qualche rozzo strumento musicale;
in breve, finch si sono applicati solo ad opere che un uomo
poteva fare da solo, ad arti che non richiedevano il concorso di
molte mani, essi sono vissuti liberi, sani, buoni e felici, nella
misura in cui potevano esserlo secondo la loro natura, ed hanno
continuato a godere tra loro delle dolcezze di un rapporto
indipendente. Ma dal momento in cui un uomo ebbe bisogno
dell'aiuto di un altro, non appena ci si accorse che poteva esser
utile ad un solo uomo di avere provvigioni per due, l'uguaglianza
scomparve, si introdusse la propriet, il lavoro divenne
necessario e le vaste foreste si mutarono in campi ridenti che
dovettero essere bagnati dal sudore degli uomini e in cui si vide
ben presto la schiavit e la miseria germogliare e crescere
insieme alle messi.
La metallurgia e l'agricoltura furono le due arti la cui scoperta
produsse questa grande rivoluzione. Se per il poeta, furono l'oro
e l'argento, per il filosofo furono il ferro e il grano a render
civili gli uomini e a portare cos' alla rovina il genere umano.
Entrambi infatti erano ignoti ai selvaggi dell'America che, per
questo motivo, sono rimasti tali; sembra persino che gli altri
popoli siano rimasti barbari finch hanno praticato una sola di
queste arti. E forse una delle ragioni principali per cui l'Europa
 stata civilizzata, se non prima, almeno pi durevolmente e
meglio delle altre parti del mondo, risiede nel fatto che essa 
il paese al tempo stesso pi ricco di ferro e pi fertile in
grano_.
Dalla cultura delle terre  derivata necessariamente la loro
spartizione, e dal riconoscimento della propriet le prime regole
di giustizia: infatti per dare a ciascuno il suo,  necessario che
ognuno possa avere qualcosa; inoltre, poich gli uomini
cominciavano a guardare verso l'avvenire e si accorgevano di aver
tutti qualcosa da perdere, nessuno di loro si riteneva al sicuro
dalle rappresaglie per i torti che poteva arrecare ad altri.
Questa origine  tanto pi naturale in quanto  impossibile
concepire l'idea di una propriet sorta da altra fonte che non sia
il lavoro manuale; non si vede infatti che cosa l'uomo possa
metter di suo pi del proprio lavoro per appropriarsi di cose da
lui non fatte. Soltanto il lavoro, dando al coltivatore un diritto
sul prodotto della terra che ha coltivato, gli conferisce anche un
diritto sul fondo, almeno fino al momento del raccolto, e cos di
anno in anno, il possesso diviene continuo e si trasforma
facilmente in propriet_.
Ecco dunque tutte le nostre facolt sviluppate, la memoria e
l'immaginazione in gioco, l'amor proprio destato, la ragione resa
attiva e la mente giunta quasi al limite della perfezione di cui 
suscettibile. Ecco tutte le qualit naturali messe in azione, il
rango e la sorte di ogni uomo stabiliti non soltanto secondo la
quantit dei beni e il potere di servire o di nuocere, ma anche
secondo l'intelligenza, la bellezza, la forza o l'abilit, secondo
i meriti o i talenti; e poich queste qualit erano le sole che
potessero attirare la considerazione, divenne tosto necessario
averle o ostentarle. Il proprio tornaconto richiese di mostrarsi
diversi da ci che si era realmente. Essere ed apparire divennero
due cose del tutto diverse e da tale distinzione sorsero il fasto
imponente, la scaltrezza ingannatrice e tutti i vizi che ne sono
il corteggio. Da un altro lato, ecco l'uomo, prima libero e
indipendente, ora assoggettato, per cos dire, dalla moltitudine
dei nuovi bisogni, a tutta la Natura, e soprattutto ai suoi
simili, di cui in un certo senso diviene lo schiavo, pur quando ne
diventi il padrone; ricco, ha bisogno dei loro servigi, povero, ha
bisogno del loro soccorso, e neppure la mediocrit lo pone in
condizione di fare a meno di loro. Deve quindi cercare
continuamente di interessarli alla sua sorte e fare in modo che
essi, in realt o in apparenza, trovino il loro profitto a
lavorare per il suo vantaggio: ci lo rende astuto e artificioso
con gli uni, imperioso e duro con gli altri e lo pone nella
necessit di ingannare tutti coloro di cui ha bisogno, quando non
pu farsi temere da essi e non trova il proprio interesse a
servirli utilmente. Infine l'ambizione divorante, la brama di
accrescere la propria fortuna personale, meno per una vera
necessit che per mettersi al di sopra degli altri, ispira a tutti
gli uomini una trista inclinazione a nuocersi reciprocamente, una
invidia segreta tanto pi pericolosa in quanto, per riuscire con
maggior sicurezza nel suo intento, essa si copre sovente con la
maschera della benevolenza; in una parola, si ha da un lato
spirito di concorrenza e rivalit e dall'altro contrasto di
interessi e sempre il desiderio nascosto di fare il proprio
vantaggio a spese altrui. Tutti questi mali sono il primo effetto
della propriet e il corteggio inseparabile della nascente
disuguaglianza_.
Tale fu o dovette essere l'origine della societ e delle leggi,
che diedero nuovi impedimenti al debole e nuove forze al ricco,
distrussero definitivamente la libert naturale, stabilirono per
sempre la legge della propriet e della disuguaglianza,
trasformarono un'abile usurpazione in un diritto irrevocabile e
assoggettarono da allora in poi tutto il genere umano, per il
vantaggio di qualche ambizioso, al lavoro, alla servit e alla
miseria. E' facile vedere come la formazione di una sola societ
abbia reso indispensabile quella di tutte le altre e come, per
opporsi a forze riunite, fosse necessario unirsi a propria volta.
Le societ, moltiplicandosi o estendendosi rapidamente, coprirono
ben presto tutta la superficie della terra, e non fu pi possibile
trovare un solo angolo dell'universo in cui ci si potesse
affrancare dal giogo e sottrarre il proprio capo alla spada,
spesso mal diretta, che ogni uomo vede perpetuamente sospesa su di
s.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quindicesimo, pagine 879-883.
